Racconti brevi

Qui di seguito puoi leggere alcuni racconti tratti dal libro "Racconti dal castello"
  • I DOCUMENTI DI SEBASTIANO
  • L'ORACOLO DI CRETA
  • LA DANZA DELLE ORE
  • FIORENTINA PER DUE

 

I DOCUMENTI DI SEBASTIANO

 Avventura alle Antille

Il pomeriggio era caldo come sempre sull’isola di Saint Lucia, ex colonia britannica delle Antille, e sulla collina soffiava una piacevole brezza che agitava le foglie dei banani fra i quali volteggiavano coloratissimi colibrì. In un giorno normale Sebastiano si sarebbe lasciato andare pigramente al sonno, nella sua casetta di legno senza luce elettrica, ma quel giorno no. Uscì vestito di fresco e si avviò verso l’automobile, una splendente fuoristrada Suzuki, con i documenti che doveva portare alla polizia in una mano, e un sacchetto da boutique coi vestiti di ricambio nell’altra.
Era stata una giornata di fervente attività. Al mattino era andato con l’autobus a Castries, la capitale, a prendere in affitto la macchina, poi era passato all’Immigration a ritirare il formulario per chiedere la cittadinanza ai sensi di una legge appena promulgata dal governo della giovane repubblica di Saint Lucia che concedeva quel diritto a chi aveva vissuto nell’isola per almeno sette anni. Finalmente avrebbe regolarizzato la sua presenza e di conseguenza avrebbe potuto andare ad abitare fra la gente civile, lavorare ufficialmente, magari aprire un piccolo bar o fare l’agente turistico. Le idee non gli mancavano; tutto quello che gli serviva era quel formulario e il suo vecchio passaporto dalle cui timbrature si certificava che a suo tempo, prima che gli scadesse il visto, era stato regolarmente presente sull’isola da oltre sette anni.
Era approdato a Saint Lucia nel 1998 con parecchio denaro da investire nella costruzione di un ristorante ma il progetto era naufragato perché era stato truffato da una combriccola di malfattori, e dopo pochi mesi si era ritrovato senza soldi, senza fissa dimora, povero fra i poveri. Il suo domicilio ufficiale era a Rodney Bay, la zona turistica dell’isola dove dal 2007 aveva una stanza in affitto, ma spesso dormiva in giro, anche negli slum dei neri. Ogni volta che si presentava all’Immigration per il rinnovo del visto, era sempre la solita storia: “Lei non dovrebbe essere qui” lo redarguivano. Avevano minacciato varie volte di mandarlo via e doveva anche pagare un bel po’ di tasse di immigrazione arretrate. Ultimamente, grazie alla sua frequentazione con un rasta, era andato a stare in quella casetta di legno senza energia elettrica fra i bananeti della collina di Marc nel centro dell’isola, un luogo fuori mano popolato in prevalenza da fuorilegge e disperati. Tuttavia quel giorno Sebastiano sentiva che era arrivato il momento di risalire la china in cui era scivolato.
Mise i documenti sul cruscotto, buttò dietro il sacco e diede un paio di colpi di clacson per chiamare la sua vicina di casa, che quando l’aveva visto arrivare con quella bella automobile si era subito prenotata per un giretto serale con lui in città. Trentenne, mezza nera e mezza indiana, la donna aveva bruciato la sua bellezza negli eccessi e nella droga, e per la sua magrezza era soprannominata Zos, che in lingua creola significa ‘ossa’. Insieme a lei arrivò un giovane nero che lei presentò come suo cugino, un ragazzo dai modi gentili che, disse, aveva bisogno di un passaggio. Sebastiano li fece salire a bordo, ingranò la marcia e partì.
Discendendo verso la costa, al sibilo dell’aria condizionata, chiacchierava allegramente in creolo con Zos mentre il passeggero di dietro taceva, impegnatissimo a digitare messaggi sul cellulare. Lasciata alle spalle la foresta, davanti a loro si spalancò la vista della baia di Grande Cul de sac col suo mare azzurro, poi la strada puntò verso Castries diventando una moderna superstrada, la Millennium Highway. Al primo benzinaio che vide si fermò e a quel punto il ragazzo, che si chiamava Curtis, tirò fuori dei soldi per contribuire alle spese di benzina.
«Dove devi andare?» gli domandò Sebastiano.
«Al ghetto» rispose lui.
Il ghetto era la parte di Castries dove i poveri vivevano nelle baracche, un meandro pericoloso da cui gli stranieri normalmente stavano alla larga. Il fatto di essere insieme a due creoli tuttavia gli dava tranquillità, e anche quando giunse in quella terra di nessuno e Curtis gli disse di svoltare in una equivoca stradina laterale senza uscita dietro il mercato di Darling Road, lui non si pose alcun problema.
«Awété là» (fermati).

Appena Curtis scese dalla macchina da un angolo dietro a una baracca saltò fuori un giovane nero con una pistola in mano che fissò Sebastiano con lo sguardo allucinato, gliela puntò addosso e gli ordinò: «Passa dietro!»
La vista dell’arma lo terrorizzò. In un attimo, senza reagire, passò sul sedile posteriore. In quel momento capì che quei due erano d’accordo, ma non gli era chiaro cosa volevano. Curtis, salito a sua volta dietro, gli legò i polsi con una fascetta di plastica da elettricista, poi gli passò del nastro adesivo attorno alle gambe. L’ultima cosa che Sebastiano vide fu che il complice si metteva al posto di guida del veicolo e accendeva il motore. Poi il buio. Un giro di nastro gli chiuse gli occhi e la bocca.
«Respiri col naso?» gli domandò Curtis. Lui rispose di sì con un gesto della testa. Il naso era libero, ma in quella situazione, bendato, imbavagliato, si sentiva come una marionetta nelle loro mani e cominciò a temere che lo avrebbero ucciso. Anche Zos fu fatta passare dietro, dopo di che Curtis salì davanti e l’auto partì.
Curve e scossoni gli fecero capire che stavano percorrendo strade secondarie, sicuramente per evitare i posti di blocco della polizia.
«Non ti preoccupare» gli disse uno di loro «non ti faremo niente. È la macchina che vogliamo.»
Già, pensò lui, ma se volevano l’automobile potevano lasciarmi là in quella stradina. Perché mi hanno legato e portato con loro?  Che volessero eliminarlo perché aveva visto le loro facce? Che volessero rapirlo e chiedere un riscatto solo perché era bianco?
Il viaggio allucinante durò circa mezz’ora. A un certo punto l’auto si fermò in un posto silenzioso.
«Esci.»
Con le gambe legate dal nastro adesivo gli era difficile muoversi e quelli dovettero aiutarlo a scendere, poi lo fecero camminare in quel modo per un bel pezzo nell’erba e nel fango. Il pessimismo si stava impossessando di lui. Quella era la sua ultima passeggiata e già presentiva l’esplosione della pallottola che avrebbe messo fine alla sua esistenza. «Awet, met li ici» (va bene, mettilo qua) disse a un certo punto uno dei due tipi.
«Asseyé!» gli ordinò l’altro.
Lui si sedette, rassegnato. Sentì un albero alle sue spalle e vi appoggiò la schiena. Lo legarono a quell’albero con altro nastro adesivo, poi con zelo maniacale gli legarono ancora le gambe fino a finire il rotolo. A questa operazione seguì un lungo e inquietante silenzio.
Non mi hanno ancora ammazzato, pensò lui con sollievo, ma non vedeva niente per cui supponeva che lo stessero tenendo d’occhio. Non gli restava che cercare di stare calmo e aspettare, respirando come poteva dal naso. Intanto pensava. Con tutti i guai che aveva dovuto sopportare in quegli anni, proprio quando stava per cominciare una nuova fase della sua vita, quel trovarsi legato a un albero, appeso all’incognita fra vita e morte gli sembrava un’atroce beffa del destino.
Passarono quasi due ore prima che si convincesse che i due balordi se n’erano andati e solo allora cominciò a razionalizzare, a reagire, a pensare di liberarsi. Negli ultimi tempi, a causa della sua vita disordinata, era denutrito e questo lo aiutò a far scivolare le sue magre braccia fuori dalla stretta di quel maledetto nastro adesivo da idraulici, quello argentato che non si spezza mai. Quindi, con un lungo e paziente lavoro di denti e di unghie riuscì a trovarne l’inizio e a liberarsi la bocca e gli occhi. Ora poteva vedere.
C’era la luna piena, era notte fonda e si trovava legato a un albero di banana. Ma dove? Piano piano riuscì a liberare anche le gambe. Si alzò e subito si incamminò seguendo la discesa fangosa, sempre con le mani legate dalla durissima fascetta di plastica. Continuò a camminare fino a quando in lontananza vide apparire fra gli alberi il bagliore fuggente dei fari di un’automobile e capì che la strada era vicina. Aumentò il passo, arrivò all’asfalto, poi seguendo l’istinto si incamminò verso sinistra. Dopo poche decine di metri vide una lampadina accesa sotto un portico, e un uomo per strada. Gli si avvicinò, mostrandogli le mani legate e chiedendo di aiutarlo ma quello, spaventato, non seppe fare di meglio che scappare. Continuò a camminare, arrivò all’incrocio con una strada più grande e quando fu lì subito si accorse che conosceva benissimo quel posto! Era un piccolo centro abitato sulla strada per Deglos, con una trattoria per i camionisti dove ogni tanto andava a mangiare. Lì vicino abitava un meccanico che lui conosceva. Vi andò subito e bussò più volte fin che lo svegliò.
Quello venne fuori, sorpreso di vederlo a quell’ora.
«Cosa posso fare per te?»
Angosciato, Sebastiano gli raccontò tutto.
«Devi andare subito alla polizia» sentenziò quello.
«Certo che vado alla polizia», ribatté lui «ma prima tagliami questa fascetta.»
Il meccanico prese un taglierino e lo liberò. Arrivò gente e tutti volevano sapere cosa era successo. Visto il suo stato emotivo gli offrirono un bicchiere di rhum dopo di che uno dei presenti si offrì di portarlo al CID (Central Investigation Department), a Castries.
Giunto in piena notte alla sede della polizia, Sebastiano fece la sua denuncia descrivendo agli agenti tutto quello che ricordava. Era preoccupato per l’auto presa in affitto: chissà a quali altri problemi sarebbe andato incontro col proprietario, il signor Remy. E poi i documenti per la cittadinanza, quelli sì che erano importanti, vitali, ed erano spariti insieme all’automobile.
Alla fine della meticolosa denuncia, verso le due, i poliziotti dissero che lo avrebbero accompagnato a casa, ma lui non poteva dire che stava in una capanna sulla collina di Marc, perché quello era un posto malfamato. Si fece quindi portare alla sua stanza di Rodney Bay.
Questa era in un condominio e aveva un ampio balcone che si affacciava sul mare. La porta però era chiusa a chiave e la chiave, che portava sempre con sé, era rimasta nell’auto rubata. L’unico modo per entrare era arrampicarsi per cui gli agenti lo aiutarono a issarsi sul balcone, dove era sempre fuori da casa ma almeno era all’asciutto se avesse piovuto, cosa molto probabile nel mese di agosto.
Quando i poliziotti se ne andarono Sebastiano si preparò un giaciglio usando tutto quello che di morbido potè mettere assieme e vi si buttò, esausto.

I fatti presero una piega particolare già dal giorno dopo perché il signor Remy chiamò Jook Bois, un noto speaker di Radio Saint Lucia seguitissimo in tutta l’isola, e gli fece trasmettere un comunicato in cui chiedeva agli ascoltatori se avessero notizie di una Suzuki Samurai verde.
L’annuncio ebbe successo. Due giorni dopo un contadino chiamò la radio. Aveva notato l’auto, senza targhe, nascosta in una vecchia miniera nella zona di Grand Bois. Il proprietario ne potè rientrare quindi in possesso. Appena Sebastiano seppe la notizia lo chiamò per recuperare i suoi documenti ma ricevette una doccia fredda: Nell’auto non era stato trovato niente. Una pesante tristezza lo pervase. Si sentì rassegnato a continuare a vivere nella clandestinità.
Era già passata una settimana quando il meccanico gli fece sapere che qualcuno a Deglos aveva trovato un sacchetto abbandonato fra i cespugli. La notizia riaccese la sua speranza e il giorno seguente insieme al meccanico si mise alla ricerca di chi aveva fatto il ritrovamento.
Dopo un po’ i due arrivarono a una segheria dove lavorava la persona che cercavano. Ex poliziotto, radiato, come confessò lui stesso, per motivi comportamentali dalla polizia ma autodichiaratosi “una persona onesta”, tirò fuori il sacchetto. Era proprio quello. Dentro c’erano le scarpe e il cambio di indumenti che sarebbero serviti a Sebastiano per presentarsi all’Immigration.
«C’erano anche dei documenti?» domandò lui ansioso.
«Sì. Sporchi di fango ma sembravano importanti e li ho portati al CID» rispose il simpatico personaggio.
Sebastiano si fece ottimista: I suoi documenti – quando si dice la provvidenza – erano finiti nel luogo giusto. Non restava che andare a prenderli.

Il giorno dopo saltò a bordo del primo dollar bus che passava e andò in città.
Appena entrato nella sede della polizia si presentò all’agente in servizio e chiese di poter riavere i suoi documenti. Quello assunse una strana espressione, chiamò un collega e gli domandò se quella faccenda l’avesse seguita lui, ma anche questi negò e disse di non saperne nulla. Ne chiamarono un terzo, parlottarono fra loro per un po’ come se volessero prendere tempo e alla fine venne fuori una donna, una graduata, che gli chiese di seguirla in ufficio. «Venga, si sieda» disse chiudendo la porta dopo averlo fatto entrare.
Strano, pensò lui, che lo ricevesse in privato. Che quello strano sguardo alludesse alle parole già sentite Lei non dovrebbe essere qui? Che volesse rinfacciargli la sua condizione di irregolare?
«Dunque…» cominciò la funzionaria «Le sue carte… sì, le avevamo noi.»
«Allora» Sebastiano sospirò «posso riaverle?»
«Ehm… c’è stato un disguido.»
«Che disguido?»
Lei appoggiò le mani sulla lucida superficie del tavolo e disse: «Vede, è successo che proprio ieri il ministero ci ha finalmente mandato le scrivanie nuove.»
«Bene, mi fa piacere, ma…»
La graduata riprese fiato e continuò: «Abbiamo sgombrato gli uffici da tutti i mobili vecchi e contemporaneamente, per fare spazio, sono stati portati via plichi di documenti scaduti e inutili.»
«Cosa mi vuole dire?»
«Le sue carte erano di parecchi anni e sono finite fra quelle da smaltire.»
«Smaltire…?»
«Sono state buttate.»
«Buttate… Perché buttate?»
Con voce sommessa lei disse: «È stata una svista, ma c’è da dire che erano vecchie e sporche di fango.»
Lui, sbalordito, restò a guardarla per qualche secondo. «Ma allora» sbottò infine «le mie carte erano più al sicuro nel cespuglio dove le avevano gettate i ladri che nelle mani dell’autorità!»

Uscì dagli uffici della polizia, si trovò a mani vuote al sole di Bridge Street con un dilemma che gli martellava la mente: chi scegliere fra i criminali, che almeno lo avevano lasciato vivere, e l’autorità, che aveva ucciso i suoi sogni di redenzione. Sospirò. In quel momento avrebbe scelto i criminali. Era disorientato, aveva un groppo allo stomaco e tanta voglia di gridare. I suoi piedi però si mossero subito verso la fermata dell’autobus. Doveva tornare a Marc e continuare a stare nell’illegalità.
Invece non era così. Lui non sapeva, ma la disavventura dei suoi documenti, che sembrava aver posto fine a ogni speranza di salvezza, faceva parte dei giochi del destino. In quel momento si andavano componendo i disegni giusti per lui. Presto avrebbe lasciato quell’isola perché a meno di trenta miglia a nord, oltre la baia, oltre Punta Seraphine, più a nord, c’era un’altra isola che lo aspettava: la Martinica. Là sarebbe cominciata per lui una nuova e più brillante vita.


L’ORACOLO DI CRETA

το αυγό Τουρκία

Nell’anno 1987, a Maggio, nel periodo di Pentecoste, Gianluca e sua moglie Roberta decisero di passare qualche giorno a Creta. Arrivati a Heraklion presero a noleggio un piccolo fuoristrada Suzuki, adatto alle strade locali, e si diressero verso la parte più a sud-ovest dell’isola, quella che si affaccia verso l’Africa.
Arrivarono ad Aghia Fokia, un piccolo borgo senza turisti sommerso dalle foglie dei nespoli profumati di menta e timo, dominato da un’immensa gola rocciosa che scendeva tra le montagne e sfociava in mare. Le pareti sembravano le cosce della Grande Madre. Per andare al mare si doveva camminare nell’acqua di un torrente e passare sotto una galleria di rami di bambù dopo di che si arrivava a una spiaggia meravigliosa. Lì c’era una taverna, gestita da una coppia di anziani con un figlio di nome Spyros, già sposato e padre di due bambine, che d’estate portava in barca i turisti all’isola di Gavdos, dove potevano praticare tranquillamente il nudismo. D’inverno invece amava stare con le sue capre e, come un seguace del dio Pan, suonare il flauto nei pascoli.
Costui propose loro, invece di stare in taverna, che era un po’ umida, di prendere in affitto la sua casa. L’andarono a vedere. Era una casa graziosa, in posizione più elevata e aveva un bel patio che si affacciava su un piccolo pianoro rivolto ad oriente. Entrando, la prima stanza era la camera da letto, poi si proseguiva con la cucina e infine col bagno. Si trasferirono subito e decisero che per la prima notte avrebbero lasciato la porta aperta così che il sole del mattino li svegliasse. Andarono a dormire.
Nel cuore della notte Gianluca venne svegliato da strani rumori, gorgoglii, grugniti… suoni assurdi. Sollevò il capo e guardò: In stanza c’era una processione di tacchini che entravano camminando uno dietro l’altro, emettendo i loro gorgoglii e scuotendo a scatti i rossi bargigli, con quelle movenze un po’ sguaiate che hanno appunto i tacchini. Per un attimo pensò di sognare. Svegliò la moglie.
«Roberta, ma… ci sono dei tacchini?»
«Sì…» confermò lei, allibita «Sono tacchini!»
Rimasero immobili a letto a guardarli sfilare uno dopo l’altro diretti verso la cucina dove entrarono e vi restarono qualche minuto. Dopo cominciarono a ritornare; di nuovo sfilarono uno dopo l’altro uscendo dalla porta, attraversarono il patio e se ne andarono nei campi. Nei giorni seguenti non tornarono più.
Al mattino si alzarono e trovarono sette uova di tacchino in cucina. Ne mangiarono una al giorno. Erano buonissime.  Ma la storia non è finita qui.
Ritornati a Milano, ripresero la loro vita. Roberta andò in Inghilterra per lavoro e Gianluca una sera andò a vedere un film di Paradzanov, un regista georgiano inviso al regime sovietico di allora, intitolato La leggenda della fortezza di Suram. Il film raccontava di una fortezza tutta d’oro, inespugnabile, che probabilmente rappresentava l’impero sovietico, e nella storia c’era un principe che decise di partire alla conquista di quella fortezza. La moglie lo implorò di non andare, ma lui partì lo stesso. Allora lei, fra le lacrime, corse da una ‘baba jaga’, una maga, e le domandò se il marito sarebbe tornato. Senza parlare la maga la fece entrare in una celletta dove c’era solo un pagliericcio e le disse: «Devi passare la notte qui». Poi prese un tacchino, lo mise nella celletta insieme alla donna e se ne andò.
Al mattino la baba jaga ritornò, aprì la celletta e la fece uscire.
«Allora mio marito tornerà?» domandò la donna.
«Non so dirti se tuo marito tornerà», rispose la maga «ma sicuramente tu aspetti un bambino da lui, perché la tacchina ha lasciato un uovo accanto a te.»
Quindici giorni dopo la moglie di Gianluca scoprì di essere incinta.


LA DANZA DELLE ORE

Contrattempo d’amore in Tailandia

Una alla volta le ragazze dello strip-tease si avvicendavano sul palco del Le Café per ostentare la loro avvenenza attraverso la trasparenza dei veli, e dopo aver fatto un giro di pedana scendevano in mezzo al pubblico a raccogliere le ghirlande di fiori che facevano da punteggio. Alcune di loro finivano sepolte dalle collane, spesso decorate da banconote, che gli ammiratori mettevano loro al collo in cambio di un sorriso o di un bacetto, o magari della promessa di un incontro dopo lo spettacolo. Paramo era il musicista faràng cioè europeo. Italiano, ospite speciale della serata, quella sera era l’unico occidentale al Le Café e fungeva da attrazione per le poche donne nel pubblico e per un gruppetto particolarmente vivace di omosessuali, alcuni dei quali travestiti. Dopo il secondo set, mentre le ragazze riprendevano il palco, Paramo fece una pausa e raggiunse il tavolo di Egh, il tailandese che gli faceva da manager. Si era appena seduto quando davanti a loro passò una delle ragazze dello show: Bellissima, alta, coi capelli a caschetto, un fisico prorompente e due incantevoli occhi da gatta. Aveva poco più di vent’anni. Fra lei e l’italiano ci fu uno scambio di sguardi intensi, prima che continuasse il suo giro fra i tavoli.
«Ho visto come vi siete guardati.» disse Egh «Ti piace?»
«Sì che mi piace, ma non ho ghirlande da offrirle.»
«Uhm, quella non cerca soldi; guarda quanti ne ha.»
In effetti la brunetta aveva al collo una bella collezione di banconote. Evidentemente non piaceva solo a lui. I due amici sorseggiarono le loro birre ammirando le altre ragazze che passavano vicino, mentre dal palco un comico dallo sguardo alcolico animava la serata col suo inesauribile talk show, fra i lazzi del pubblico.
Toccò poi a Paramo salire sul palco. Era il terzo set. Subito due travestiti gli si avvicinarono per chiedergli di cantare Like a virgin di Madonna. Lui li liquidò gentilmente poi si mise l’armonica al collo, accordò la chitarra e attaccò Country Roads. Aveva scelto il brano giusto. Tutti si misero a cantare il ritornello, le ragazze dello show fecero capolino da dietro le quinte, la brunetta gli sorrise e lui mentre suonava le fece l’occhiolino. Quando la lunga serata volse al termine Paramo tornò al tavolino dell’amico per un’ultima birra. Subito arrivò lei, la brunetta, scortata da altre due ragazze, e si sedette al loro tavolo, ma parlava soltanto il Thai. Chiese aiuto a Egh.
«Cosa sta dicendo?»
«Dice che si chiama Noy, e che tu sei molto bravo.»
«Dille… grazie… dille che… è molto bella.»  Egh resistette poco a fare l’interprete. Appena poté si alzò dicendo che andava dal manager a prendere i soldi e lasciò l’amico impegnato in una difficile chiacchierata che si faceva sempre più intrigante. Il profumo di Noy si fece strada nei sensi dell’italiano che a un certo punto le chiese un appuntamento.
«Tomorrow», propose.
Lei sorrise, si fece dare dalle amiche il biglietto da visita dell’albergo dove alloggiavano, glielo porse e confermò: «Tomorrow.»
«A che ora?» incalzò lui indicando l’orologio. La brunetta fece il segno di quattro con le dita dicendo «sitùm» in Thailandese. Bene, pensò lui, domani alle quattro. Riuscì a carezzarle la mano per qualche secondo prima che lei si ritirasse con le altre e subito, col cuore in fiamme, lesse il biglietto da visita: Hotel Thavorn. Conosceva l’albergo; era nel centro di Phuket Town.
«Possiamo andare» disse Egh tornando con i soldi. Gli diede la sua parte e lo aiutò a caricare gli strumenti su un taxi.  Durante il tragitto di ritorno a Kata Beach, Paramo era al settimo cielo, e Egh se la rideva, contento per lui.  Il giorno dopo si svegliò alle dodici. Era affamato ma si accontentò di una veloce colazione allo Swiss Cafè, pensando che poi avrebbe cenato in centro con Noy. Mentre inzuppava la brioche nell’american coffee, congetturava sulla scelta del ristorante dove portarla a cena e su cosa sarebbe successo dopo. Dopo la colazione, nel caso che poi lei fosse venuta da lui, tornò al bungalow a riordinare e cambiò le lenzuola. Infine fece la doccia e verso le tre, sotto un sole cocente, prese un tuk-tuk e si fece portare in città. Arrivò all’hotel in anticipo, si accomodò su una poltrona del salone a godere l’aria condizionata e si immerse nella lettura del Bangkok Post. In quel periodo i giornali non parlavano di altro che del crollo del mercato valutario di Hong Kong. Senza che se ne rendesse conto si fecero le quattro e un quarto. Cominciò a preoccuparsi. Gli venne il sospetto atroce di essersi fatto scappare via Noy mentre leggeva il giornale, o che lei si fosse dimenticata l’appuntamento o peggio ancora di aver sbagliato hotel, così si alzò e andò alla reception a domandare se conoscevano una ragazza bruna di nome Noy. L’impiegata cadde dalle nuvole: Una ragazza bruna? In Tailandia sono tutte brune. Noy? È uno dei soprannomi più comuni. Insomma non ne sapeva niente. Lui precisò che la ragazza faceva parte di uno show, ma questo dettaglio non fu d’aiuto. Frustrato, optò per l’azione: Erano le cinque. Uscì al sole e andò a piedi al locale della sera precedente, Le Cafè, ma giunse là tutto sudato e lo trovò logicamente chiuso. Si sentì vittima di un complotto. Tornò all’albergo e aspettò ancora quasi un’ora prima di darsi per vinto, dopo di che, amareggiato, riprese il tuk-tuk, tornò a Kata Beach e andò a infilarsi nel pub dei rockettari. Una volta smaltita la delusione, buttò via il biglietto da visita dell’Hotel e fece ritorno al suo bungalow.
Tre giorni dopo tornò in città. Doveva incontrarsi con Egh al solito bar perché avevano appuntamento col gestore di un nuovo locale. Il tailandese lo aspettava al tavolino e appena lo vide lo apostrofò in tono inquisitorio.
«Allora?» disse «Come mai hai bidonato Noy?»
Lui restò sorpreso. Come faceva Egh a sapere?
«Non io…» balbettò «È lei che mi ha bidonato.»
Egh si grattò la testa. «Ma come? L’ho vista stamattina, ha detto che ti ha aspettato per più di un’ora in albergo. Dov’eri?»
«All’hotel Thavorn.»
«Giusto…» ammise «Ma come mai non vi siete incontrati… Lei si è offesa, ha detto che le sue amiche ridevano di lei.»
«Dov’è?» domandò lui con ansia.
«Sono partite per Pattaya.»
Paramo ritornò col pensiero a tre giorni prima e analizzò gli avvenimenti, ma gli sembrava tutto a posto: era lei che non era venuta.
«Non capisco…» mormorò sbuffando.
Egh gli lanciò uno sguardo diretto e domandò: «A che ora sei andato?»
«Alle quattro.»
«Alle quattro? E perché?»
«Come perché? L’ha detto lei.»
«L’ha detto in inglese?»
«No, ha fatto segno quattro con le dita, sono sicuro.»
«Quattro, ah?…» mormorò Egh, restando a bocca aperta.
«Si, quattro.»
Con fare da cospiratore il tailandese spinse la sedia verso di lui e a voce bassa domandò: «Ha detto si-tum?»
«Mi sembra di sì…»
«Merda.»
«Cosa?»
Egh cacciò un respiro, si sollevò il polsino della camicia per scoprire l’orologio e disse: «In Tailandia le ore della sera dalle otto in poi si chiamano tùm. Perciò si-tùm, il quarto tùm, vuol dire undici di sera.»
«Le undici di sera?…»
«Le undici di sera, non le quattro di pomeriggio.»


fiorentina per due

prove per uscire dal lutto

 

Barbara, una signora colta e giovanile ancora piena di vitali­tà, era rimasta vedova nel 2009 e per un anno intero era entrata sotto la tutela affettuosa e protettiva degli amici di suo marito, tutti rigorosamente in coppia. Un anno dopo lo tsunami emotivo, in internet scoprì un sito web per persone in lutto, una specie di Facebook del luttuoso, dove si potevano pubblicare poesie, foto, postare un proprio profilo e chattare con gente che viveva lo stesso problema. Fu lì che conobbe Marco, di Como.  Vedovo, con una storia simile alla sua – ma quella era l’unica cosa che avevano in comune – nella fotografia aveva un’aria simpatica. Le inviò moltissime e-mail dai contenuti positivi alle quali lei rispose puntualmente, e dopo qualche contatto telefonico si diedero appuntamento. L’incontro avvenne in piazza Argentina, vicino alla fermata del Metrò.

Nella realtà Marco era molto diverso da ciò che la foto aveva dettato all’immaginazione di Barbara. Era un uomo triste, rigido, che parlava politichese con tratti di sindacalese, insomma un professorino. Lei capì subito che non c’entrava nulla, ma procedette masochisticamente: lui era la preda giusta; doveva liberarsi dalla tutela degli amici, non ne poteva più, anche se li adorava per quanto le erano stati vicino. Ora basta, pensò, userò questo matto con le sue e-mail. Dopo quell’incontro infatti la pioggia di e-mail aumentò, fino al secondo incontro: Passeggiatina e cinema con film noioso proposto da lui e dopo il film comunicazione unilaterale e discorsi antiberlusconi. Cominciò a trovarlo triste e un po’ fastidioso. Al terzo incontro decisero di andare quattro giorni a Firenze e Roma, due città ricche di arte e cultura che lui amava molto. La sua passione principale infatti era la visita alle chiese. Quando lei comunicò agli amici del suo defunto marito che sarebbe andata a Roma con lui, si preoccuparono, immagi­nando che ci fosse qualcosa di strano (Ah, l’hai visto?… E ora vai a rischiare?… Ma se non sai niente di lui?… Sei una kamikaze!).

Intanto, avvicinandosi il giorno della partenza, il numero del­le e-mail era diventato esagerato. L’appuntamento era alla Stazione Centrale, al binario del Frecciarossa. Subito lui criticò le dimensioni del bagaglio di Barbara, in verità un normale trolley, definendolo ‘enorme’, ma al momento lei non capì la ragione della critica; notò soltanto che il trolley del suo compagno di viaggio era davvero microscopico, poco più di una ventiquattrore. Arrivarono a Firenze alle 13 in una fredda giornata di sole e si diressero a piedi verso l’albergo. «Come sei lenta» disse Marco a un certo punto, «mia moglie mi stava al passo». Battuta insopportabile. Entrarono nell’albergo da lui prenotato, squallido e triste, stanza microscopica e letto adeguato alle misure della stanza. Lasciato il trolley, Barbara andò in bagno dopo di che era pronta per andare a pranzo: erano le 13.30 e aveva fame. Ma ecco, mentre si allacciava le scarpe subì un attacco all’arma bianca da parte del vedovo famelico e si ritrovò costretta sul letto, con le sue mani addosso. Respinse l’attacco appellandosi al fatto che era ora di pranzo, così l’assalto cessò. Quando si mossero per andare a mangiare era ormai tardi: le trattorie erano chiuse, per cui finirono in un bar del centro dove pizzette, toast e altre cosette indigeste avevano prezzi esorbitanti. L’atmosfera fra di loro si era congelata. Lui divideva maniacalmente i soldi delle spesucce. Non le aveva perdonato il rifiuto, né accettava di parlare sia pure in modo ironico di quello che evidentemente era stato solo un momento sbagliato, ma la rigidità e la furbizia non vanno d’accordo.

Quando tornarono all’albergo verso le 19:30 Marco aveva un’idea fissa: doveva mangiare la bistecca fiorentina. Domandò al personale dell’albergo che gli indicò un ristorante in zona, per fortuna vicino. Ci andarono. L’enorme bistecca alla fiorentina  nel menù era scritto  minimo per due persone  placò qualche istinto animale del­l’uomo del lago, che però alla fine, pagato il conto, iniziò una filippica per recriminare su quanto ladri fossero i ristoratori di Firenze. Quella notte dormirono con un iceberg nel letto. Lui, col suo patetico pigiama a righe, come da copione dopo pochi minuti cominciò a russare. Lei si girò dall’altra parte cercando senza successo di addormentarsi e passò la notte in bianco. Il mattino seguente tornarono alla stazione e partirono per Roma. Naturalmente nel quadro generale della situazione non poteva mancare un bel guasto che tenne il treno bloccato sui binari per due ore. Marco leggeva un libro col piglio di chi non voleva assoluta­mente comunicare, mentre lei era assonnata e nervosa. Arrivarono nella capitale in forte ritardo e appena fuori dalla stazione, asserendo di sapere ‘tutto’, lui decise che per andare all’albergo avrebbero preso la metropolitana, evitando di pagare un taxi.  Lei, dubbiosa, lo seguì trascinando il suo trolley. Fatto è che l’uomo del lago, che sapeva tutto, sbagliò strada e si fecero un’ora di cammino per le strade di Roma. Il bagaglio di Barbara era diventato pesante al punto che le si indolenzì il braccio, e lui non solo non l’aiutò, ma ebbe anche da ridire sulla velocità della marcia.
«Mi avevi detto che sei una che cammina» borbottò riferendosi alle loro passate e-mail. Poi ancora: «Mia moglie mi stava dietro».
Lo avrebbe ucciso. Marco non ammetteva mai di aver sbagliato, dava sempre la colpa ad eventi esterni, a mappe disegnate male, a informazioni errate etc. Giunsero all’albergo all’ora di pranzo. La stanza non era ancora stata preparata e Barbara aveva fame, ma lui, che non voleva lasciare il bagaglio in reception, decise testardamente di aspettare che gli consegnassero la chiave. Soltanto allora, erano già le tre, andarono a mangiare in una trattoria vicina.  Dopo pranzo lui tirò fuori il taccuino per fare il programmino turistico.
«No», disse lei «Ho sonno e vado in albergo a dormire, ci ve­diamo stasera.»
E così si liberò per qualche ora dell’uomo del lago e si rilassò fino al tramonto nella stanza.
Quando lui tornò dal suo giro di chiese si mise meticolosamente a raccontarle tutto: la doveva acculturare anche se lei, ormai piuttosto avvilita, non aveva nessuna voglia di ascoltarlo.  Quella sera andarono in un ristorante abruzzese e durante la cena parlarono soltanto di cibo, visto che di cose personali non si poteva parlare. A un suo timido tentativo di chiarimen­to (Non pensi che sarebbe carino se riuscissimo a ridere so­pra l’episodio di ieri a Firenze?) la sua risposta fu: Io non in­tendo farmi psicoanalizzare da nessuno!
Seconda notte, pigiama a righe, russamento.

Il risveglio ricordò loro che avevano davanti ancora qualche ora da passare nella città eterna. Naturalmente lui propose la visita ad altre chiese ma c’era il sole e Barbara voleva andare a vedere i fori imperiali. Marco glielo concesse, così un’ora dopo erano fra le antichità che lei aveva già visitato nel 1980 con suo marito. Quel luogo le provocò inevitabilmente una forte indicibile commozione. Così finì la terza giornata, senza comunicazione con l’uomo del lago che non percepiva i suoi sentimenti più elementari, e arrivò la notte, il magico momento del pigiama a righe.
L’ultimo giorno, ognuno mentalmente per i fatti propri, lon­tani uno dall’altra, visitarono villa Borghese. A Barbara non dispiaceva il pensiero che il treno delle 18 l’avrebbe ripor­tata a Milano e che quella sera avrebbe dormito a casa sua, senza vedere il pigiama a righe del suo compagno di viaggio. I tempi erano stretti e finalmente Marco si decise a chiamare un taxi per andare alla stazione.
Arrivò il liberatorio mo­mento del ri­torno. Frecciarossa, libro. A un bel momento l’uomo del lago la guar­dò da dietro al li­bro e disse: «Beh dai, tutto sommato sono state giornate piace­voli.»
«Ehm» rispose lei, «qualche problemuccio c’è stato.»
«Si ma non lo voglio sentire, non dirmi niente.»
Lei restò muta, sapendo che dopo questa gita non l’avrebbe più visto.
«Comunque», continuò lui voltando pagina «viaggiare in due è positivo: certe cose da soli non si possono fare.»
«Quali cose…?»
«Per esempio, la fiorentina. Io se venivo da solo la fiorentina mica me la fecevano!»

 

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