Il gioiello di Lebedev

Una micidiale arma biochimica rubata dai laboratori militari ex-sovietici toglie il sonno al professor Grimaldi e al suo amico Burhan. Una setta di fanatici vuole appropriarsene e usarla in un’azione terrorista per salire al potere in Libano.

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Simulazione 3D Lebedev

(Ben Gibsen) “Un susseguirsi precipitoso di fatti, concatenati in un crescendo di tensione e mistero, legati ad uno degli inquietanti lasciti della ormai estinta Guerra Fredda: la destabilizzazione del mercato globale causata dall’esplosione del blocco degli stati balcanici legati al patto di Varsavia e il disgregamento dell’Unione Sovietica e dei suoi giganteschi apparati militari e burocratici .
I protagonisti, alcuni in piena consapevolezza, altri totalmente all’oscuro dei fatti e trascinati nella trama loro malgrado perché legati all’intreccio delle loro rispettive attività professionali, si lanceranno in una sorta di caccia al tesoro che li porterà ad imbattersi in un affare che potrebbe provocare un incidente diplomatico di portata mondiale.
Tra gli attori si distingue la figura del protagonista, un semplice investigatore privato di provincia, Fabrizio Mattei che, nonostante tutto, alla fine si rivelerà il più audace e coraggioso delle figure maschili, un uomo molto sensibile, romantico e idealista.
Anche se alla fine emergerà chiaramente il timore dell’autore verso una conclusione pessimistica della questione medio-orientale, che potrebbe portare l’intera umanità al temuto e fatale terzo conflitto mondiale, il messaggio di speranza che emerge proviene proprio dalla costruzione dei rapporti umani, di reciproco rispetto, stima e amore, fra uomini di diverse etnie, nazionalità e religione; persone che porteranno avanti i medesimi principi ed ideali, che rifiuteranno di farsi corrompere dall’immenso potere del dio denaro di fronte alla possibilità di fare qualcosa per salvare questa nostra Terra, sempre più minacciata dall’egoismo e dall’avidità dell’uomo.

(Angelo Rodà)  “Una spy-story che narra questioni sempre attuali, una “Guerra Glaciale”, dopo quella fredda che sembrava finita….. ma il protagonista si trova intrappolato nello sbando del commercio di armi dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

(Giulio Sacchetti)  “E’ un libro pieno di colpi di scena di gradevole lettura.

(Maida)  “Miscellanea di intrigo amoroso e spionaggio… bel cocktail direi…

 

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Leggi un estratto dal libro: Il capitolo 16

Zenas, l’agente di Rashid a Cipro, uscì dal ristorante, si mise gli oc­chiali da sole e s’incamminò verso piazza Saripolou dove aveva ap­puntamento con un russo. Nel ventoso pomeriggio invernale il lungomare di Limassol, una specie di autostrada a quattro corsie trafficata e ru­morosa, era battuto dalle onde.
Lasciatosi sulla destra il porto vecchio, l’uomo prese viale Aghia Thekla. La strada era costellata di manifesti elettorali del referendum pro e contro l’ingresso in Europa.
Si fermò davanti ad un poster con la faccia di un candidato al Parla­mento europeo. “Votate Marios Katzamis. Un nuovo futuro per Cipro”.
Sì, pensò sarcastico guardando la facciona sorridente, peccato che poi vada in barca con Mehmet Ali.
Mani in tasca, ridacchiando, passò oltre. Erano passati solo quattro giorni dalla telefonata in cui Rashid gli aveva chiesto di trovargli quel­lo Stelios, e qualcosa già stava venendo fuori. Nel giro dei comunisti che erano sopravvissuti a tutte le prove della storia, c’era qualcuno che lo aveva conosciuto. Cipro era piena di russi. Erano arrivati a centinaia sull’isola durante gli anni della perestroika, alcuni per fuggire a vendette politiche, molti altri per investire capitali di dubbia provenienza, perciò nel centro di Limassol, per loro Limassolgrad, era facile che qualcuno lo conoscesse, sia pure di vista. Infatti, sebbene fosse cipriota, Stelios aveva vissuto in Russia per molti anni ed era considerato uno di loro.
Zenas si abbottonò la giacca perché nonostante splendesse il sole dal mare arrivava un vento freddo per niente piacevole. Percorse Aghia Teklas fino alla zona del mercato, svoltò nel secondo vicolo a destra e incontrò le insegne del Megaro, il kaffeneion, che si trovava in una vecchia casa ottomana.
I tavoli lì fuori servivano solo a ingombrare la strada, perché col vento che cercava di strappar via le tovaglie, nessun cliente ci si sarebbe se­duto.
All’ingresso, il barista lo riconobbe subito.
«Kalimera Zenas. Come stai?»
«Kalá chári»  rispose lui.
C’erano solo tre o quattro clienti, coi loro bicchierini di ouzo in mano e gli sguardi inespressivi. Altri due erano seduti a un tavolo e giocava­no a dama greca.
«Quello lì ti aspetta» disse il barista, indicandogli con un movimento degli occhi un uomo anziano in fondo alla sala, intento a leggere il giornale.
Il cipriota andò da lui, mise la giacca sulla spalliera della sedia e gli si sedette di fronte, guardandolo con insistenza finché quello si decise ad abbassare il giornale.
«Dobre dién» disse l’anziano. «Sei tu che cerchi Stelios?»
«Sì. Dov’è?»
«È sparito. Non lo vedo da tre anni.»
«E allora…?»
«Ha un fratellastro, che è stato adottato.»
«Ah. E dove abita?»
«Ya ne pomnyu. Non mi ricordo» rispose il russo posando il giornale piegato sul tavolino.
Senza dire niente, Zenas tirò fuori il portafogli e mise alcune bancono­te nel giornale.
«Ora ricordo» disse l’uomo. «Fa il giardiniere alla rocca dei templari a Kolossi. Si chiama Aziz.»
Zenas alzò le folte sopracciglia. «Sai altro?»
«Uhm… Lo chiamano lo scemo.»
«Tutto qua?»
«Da.»
Zenas si alzò e riprese la giacca. Ne sapeva abbastanza. Fece un gesto di saluto con la mano e uscì dal caffeneion. I due giocatori di dama buttarono le pedine nella scatola, si alzarono e lo seguirono in strada.
«Che si fa, Zenas?» disse uno dei due.
«Vai a prendere la macchina. Andiamo a Kolossi.»

La strada da Limassol a Kolossi era fiancheggiata da dieci chilometri di agrumeti. Senza spiccicare parola, nel giro di mezz’ora i tre uomini arrivarono alla rocca e parcheggiarono la loro Honda Civic grigio me­tallizzato sotto il mastodontico torrione.
Quello che guidava restò vicino alla macchina, mentre l’altro seguì Ze­nas sulla ripida scala di pietra del castello. La porta era aperta e all’in­terno del salone alcuni turisti stavano curiosando fra le teche e i libri antichi messi in esposizione. L’ambiente era scuro per la mancanza di finestre.
I due uomini si avviarono decisi verso l’altra sala, dove non c’era nes­suno. Si guardarono con aria interrogativa e stavano per tornare indie­tro, quando Zenas notò una piccola porta con la targhetta ‘Archivio’. Provò ad aprirla. Era chiusa.
«Posso aiutarvi?» chiese una voce dietro di loro, sorprendendoli.
Un pope ortodosso col kamilavkion sul capo e la lunga barba grigia, li guardava da dietro occhialini rotondi.
«Padre» disse Zenas con repentina riverenza, prendendogli la mano per baciarla, «volevo lasciare un’offerta in memoria della mia cara ma­dre.»
«Allora avete trovato la porta giusta» disse il religioso, tirando fuori una chiave dalla tasca del suo lungo rasso nero. «Venite, cari fratelli.»
Aprì e li fece entrare in una stanza scura sulle cui pareti splendevano molte icone dorate; andò a una scrivania e prese carta e penna.
«Il nome di vostra madre?»
«Tassoula Papastamatacis» rispose lui tirando fuori di tasca il portafo­gli e mettendo sul tavolo due banconote da cento. «È morta a ottobre di tre anni fa.»
Il pope guardò i soldi. «Una pròsphora o una messa?»
Zenas ci pensò un attimo poi aggiunse un’altra banconota. «Una mes­sa. Una messa con i fiori per la mia povera madre» disse, facendosi il segno della croce.
Il pope firmò la carta e gliela diede, poi si alzò, indicò l’icona più grande di tutte, una madonna, e si inchinò davanti ad essa. Anche i due uomini si inchinarono.
«La Santissima Madre di Cristo» mormorò «avrà cura dell’anima di tua madre. Ci vediamo domenica.» Poi si alzò e si avviò alla porta.
«Padre», disse Zenas seguendolo «per caso c’è da voi un giardiniere di nome Aziz?»
Il pope si fermò vicino a una piccola finestra e guardò fuori. «Aziz… Certo. Eccolo lì che lavora. Lavora sempre, il povero Aziz.»
«Posso parlargli?»
«Parlare con lui? È difficile, non parla, è come se fosse muto. In realtà non lo è, però da anni non parla più. Ma se volete provarci, fate pure.»
Aprì la finestra e chiamò a voce alta. «Aziz, éla edò!»
Visto da lontano, Aziz sembrava un trentenne, magro e malvestito. Sentendosi chiamare, costui smise di legare fascine di rami e guardò verso la finestra del torrione. Vide lo sconosciuto accanto al pope, vide l’automobile con l’altro uomo ai piedi della scalinata e senza pensarci due volte buttò a terra la fascina e si avviò a passo veloce in direzione opposta.
«Ma dove va?» chiese Zenas.
Il pope scosse la testa col suo lungo cappello nero. «Povero figliolo, ha paura della gente. Sua zia, la vecchia Sophia Kolagudis, abita da quella parte. Credo che stia andando là.»
«Kolagudis?… Bene, grazie padre. Sia lodato Gesù Cristo.»
I due uomini uscirono dal salone e scesero la lunga scala di pietra.

Intanto Aziz era arrivato al cancelletto di una modesta abitazione e non si decideva a entrare, scrutando nervosamente in direzione della rocca.
«Aziz küçük, cosa c’è, perché sei tornato?» gli diceva una vecchia dall’orto. «Vieni, küçük. Vieni figliolo.»
Dal fondo della stradina stava arrivando la Honda. Aziz scappò in casa e chiuse la porta, mentre la donna andava al cancelletto.
Zenas scese dall’auto e le si avvicinò, da solo.
«La signora Sophia Kolagudis?»
«Sono io.»
«Sto cercando Stelios.»
«Perché? Cosa volete?»
Alle sue spalle Aziz scavalcò la finestra laterale e scappò nella stradina dietro casa.
Gli uomini di Zenas lo videro. Uscirono in fretta dall’auto sbattendo le portiere, lo inseguirono e lo bloccarono nella piccola stalla dell’asino dove il poveretto, impaurito, si era rannicchiato in un angolo mugugnando con la testa fra le mani.
«Ma bravo…» ironizzò l’autista, avvicinandosi con cautela, «questo è il posto giusto per te. Forza, esci!»
Visto che non si muoveva, lo afferrarono e lo trascinarono fuori della stalla senza fatica. «Adesso vediamo se sei davvero muto» lo minac­ciarono scrollandogli il colletto della casacca. «Dov’è Stelios?»
Il poveretto voltò il viso verso il muro. Stavano per prenderlo a botte, ma in quel momento la vecchia entrò nella stalla e si chinò su di lui per difenderlo.
«Lasciatelo stare! Andate via!»
Zenas avanzò dietro di lei con le mani in tasca. «Allora, vecchia, dim­mi quello che sai e noi ce ne andremo.»
La donna abbassò la voce.
«Mio fratello è morto, ma Aziz non lo sa. Stelios scriveva al pope. Domandate a lui.»
Zenas restò zitto per qualche secondo, poi si tolse gli occhiali da sole e fece un gesto con la testa ai due uomini. «Torniamo alla torre. Porta­te anche lui.»

Tornarono alla rocca e attesero ai piedi della gradinata che il gruppet­to di turisti uscisse; poi salirono, tenendo Aziz ben stretto fra loro.
Vedendoli ritornare col giardiniere e con le arie minacciose il pope capì che era arrivato il giorno di cui gli aveva parlato Stelios quattro anni prima. Ricordava precisamente le sue parole: “Potrebbe arrivare qualcuno della FSB a fare domande su di me”. Ma non gli aveva detto cosa doveva fare, cosa poteva o non poteva dire. Lo aveva soltanto guardato con occhi rassegnati, come se volesse liberarlo da qualsiasi responsabilità, come se presagisse che lui non ci sarebbe stato.
Zenas si fece avanti.
«Mi parli di Stelios» gli disse con arroganza.
«Come osate venire qui a dare ordini?»
All’orgogliosa risposta del prete, uno degli uomini tirò fuori un coltel­lo e accostò la punta a un’antica tela rappresentante la Sacra Famiglia, mentre l’altro strattonava il giardiniere per la giacca.
«Sarebbe un peccato se…»
Il pope avanzò, spaventato. «Fermo! In nome di Dio.»
«Stia calmo. Mi parli di Stelios» ripeté Zenas a bassa voce.
Il pope incontrò lo sguardo di Aziz, vide le lacrime che gli scendevano dagli occhi e allora cedette. «Venga.»
Lasciati gli altri nel salone Zenas seguì il prete nella stanzetta delle donazioni. Il pope aprì l’ultimo cassetto della scrivania e prese una vecchia busta. «Stelios viveva all’estero e mi mandava i soldi per il suo fratellastro.» Così dicendo rovesciò sul tavolo un mazzetto di rice­vute di bonifici bancari. «Voleva bene ad Aziz e ha provveduto a farci arrivare il suo aiuto anche dopo la sua morte.»
Zenas controllò. Erano proprio di Stelios ed erano stati emessi dal Crédit Lyonnais di Nizza. Li dispose sul tavolo e ci mise poco ad accorgersi che gli ultimi in ordine di tempo provenivano da un conto bancario diverso, intestato a un tale Nikolaj Petrov.
«Chi è? Lo conosce?»
«No, ma di sicuro è una brava persona» rispose il pope, incrociando le braccia a indicare che aveva detto tutto ciò che sapeva.
Zenas si mise in tasca un bonifico e uscì dall’ufficio. «Andiamo» disse ai suoi uomini.
Il pope stette a guardare dalla porta i tre che se ne andavano sulla loro automobile, poi carezzò sulla testa lo spaventato Aziz.
«Vai a casa, figliolo» gli disse, accompagnandolo alla porta. «Non te­mere.»
Rimasto solo tornò all’icona della Sacra Famiglia, si inginocchiò e recitò:
«Sta scritto La mia casa sarà una casa di preghiera, e voi ne faceste una caverna di briganti. Luca. XIX, 46

(continua)